A Reggio Calabria trovare lavoro attraverso i canali ufficiali sembra, per molti giovani, un percorso a ostacoli. È la testimonianza di una ragazza reggina che, dopo aver inviato numerose candidature spontanee sul sito ufficiale di Poste Italiane senza mai ricevere risposta, si è ritrovata davanti a un racconto inquietante.
«Avevo mandato tante candidature – racconta – ma non sono mai stata contattata. Parlano tutti di meritocrazia, ma nella realtà nessuno ti chiama».
Parlando con alcuni conoscenti, la giovane afferma di essere venuta a conoscenza di una realtà che, secondo quanto riferito, sarebbe ben nota “nell’ambiente”. Le sarebbe stato indicato un sindacato situato nella zona del waterfront di Reggio Calabria, descritto informalmente come un luogo che “si occuperebbe di far entrare i ragazzi alle Poste”.
La ragazza decide di recarsi lì di persona. «Non mi è stato detto nulla in modo diretto – precisa – ma velatamente mi è stato fatto capire che, dopo tante candidature andate a vuoto, esisterebbe una sorta di “contrappasso” da pagare per poter finalmente entrare».
Parole gravi, che – se confermate – aprirebbero scenari inquietanti. Secondo quanto riferito da più voci raccolte nel tempo, a Reggio Calabria esisterebbe una rete informale e occulta che favorirebbe l’accesso ai concorsi pubblici e alle grandi aziende partecipate a fronte di ingenti somme di denaro, cifre che arriverebbero persino a 30.000 euro. Si tratta, è bene ribadirlo, di racconti e percezioni diffuse, non di fatti accertati da sentenze o indagini concluse.
Da anni Reggio Times viene criticato proprio per questo: raccontare ciò che molti sussurrano ma pochi hanno il coraggio di scrivere. Nel bene e nel male, la linea del nostro blog resta la stessa: dare voce alle testimonianze, rompere il silenzio, porre domande scomode. Perché anche il silenzio, spesso, diventa complicità.
Non sorprende, dunque, che dopo la pubblicazione di notizie di questo tipo, Reggio Times possa finire sotto pressione. Non sarebbe la prima volta che qualcuno “forte”, infastidito da ciò che viene raccontato, tenti in ogni modo di mettere il bavaglio a una testata libera. Tentativi che si scontrano però con l’articolo 21 della Costituzione italiana, che tutela la libertà di parola, di stampa e di scrittura.
Raccontare non significa condannare. Scrivere non significa accusare senza prove. Ma tacere, davanti a testimonianze sempre più numerose, significa lasciare che certi meccanismi – se davvero esistono – continuino a prosperare nell’ombra.
E forse è proprio la luce, più di ogni altra cosa, che qualcuno teme.
