Reggina, dieci anni di Serie D e una profezia che pesa come un macigno
La parabola della Reggina continua a far discutere tifosi e osservatori. Quella che per anni è stata considerata una realtà importante del calcio del Sud, capace di affacciarsi stabilmente anche in categorie superiori, oggi si ritrova ancora impantanata in Serie D, senza riuscire a compiere quel salto di qualità atteso da una piazza che vive di passione e ambizione.
Il malcontento cresce stagione dopo stagione. Le aspettative erano diverse, soprattutto alla luce delle promesse e dei progetti annunciati negli anni. E proprio in questo contesto torna spesso alla memoria quella che molti definiscono la “profezia” di Paolo Brunetti: dieci anni di Serie D. Una frase che, col passare del tempo, sembra assumere i contorni di una previsione destinata ad avverarsi.
Al centro del dibattito c’è una scelta politica che ancora oggi divide l’opinione pubblica: la decisione, ai tempi dell’amministrazione guidata da Brunetti come sindaco facente funzioni, di sostenere Ballarino invece di aprire a un profilo imprenditoriale come Stefano Bandecchi, noto per la sua solidità economica e per investimenti importanti nel mondo dello sport. Per una parte della tifoseria, quella scelta avrebbe rappresentato un bivio cruciale nella storia recente del club.
Secondo i critici, si sarebbe privilegiata una valutazione politica rispetto a una prospettiva industriale e sportiva di lungo periodo. L’accusa è chiara: non aver colto l’occasione per garantire alla Reggina una struttura societaria forte, capace di programmare con ambizione e stabilità. In questa lettura, le responsabilità ricadrebbero su un’intera area politica, ritenuta colpevole di aver anteposto equilibri e strategie amministrative al bene della squadra e della città.
Dall’altra parte, però, c’è chi invita a una lettura più complessa. Le difficoltà di un club non dipendono esclusivamente da una singola scelta o da un singolo nome, ma da un insieme di fattori: sostenibilità economica, gestione sportiva, capacità manageriale, contesto territoriale e supporto istituzionale. Ridurre tutto a uno scontro ideologico rischia di semplificare una realtà che, nel calcio moderno, è sempre più articolata.
Resta il fatto che la Reggina, oggi, continua a inseguire un riscatto che tarda ad arrivare. La piazza chiede programmazione, chiarezza e risultati. Dieci anni in Serie D rappresenterebbero non solo un dato sportivo, ma un simbolo di occasioni mancate e di scelte che hanno segnato profondamente il destino del club.
La domanda che circola tra i tifosi è semplice quanto pesante: si poteva fare diversamente? E soprattutto, c’è ancora il tempo e la volontà per invertire la rotta e restituire alla Reggina la categoria che, secondo molti, le spetta per storia e tradizione?
